Un posto speciale per i tesserati Kabala al Pescara Jazz
Una ricorrenza davvero importante per il Pescara Jazz: quest’estate il festival compie 40 anni. Nei fatti una delle rassegne musicali più longeve d’Italia. Per i festeggiamenti vi saranno i grandi nomi del jazz internazionale ed il Kabala ha pensato di riservare dei posti speciali, per i propri tesserati, nelle prime file. Sono disponibili infatti 10 abbonamenti al prezzo scontato di 50 euro (anziché 55).
Per prenotare gli abbonamenti (max 2 per tesserato) bisogna inviare la richiesta via mail all’indirizzo: info@nuovokabala.com.
Il pagamento ed il ritiro possono essere effettuati presso il Gong Work Musicshop in via Palermo a Pescara.
Per tutte le informazioni relative a PescaraJazz: www.pescarajazz.com
“Azzurra” fa visita al Kabala
di Rossella Quitadamo
Un primario di medicina d’urgenza che dipinge con la luce, altri due medici -non per niente un cardiologo e un’internista- capaci di scrutare nel cuore degli uomini e decantarne sentimenti e desideri, un musicista con la poesia dentro, una cantante con l’animo di un’attrice, ed ancora due cantanti di cui uno è anche direttore d’orchestra ed infine due attori, di cui una è anche fotografa. Il cerchio si chiude attorno ad un colore, l’azzurro, che è pretesto e scusa per liberare l’arte e farla volare nel cielo come un aquilone appena sostenuto dall’esile ma resistente filo di una lucida ragione.
Azzurra è il titolo della performance che domenica 22 aprile, a partire dalle 18.30, ha animato il jazz club Kabala presso il ristorante Pontevecchio. Azzurra è la tinta dominante nel set di fotografie di Rodolfo Sbrojavacca ma è anche il nome di Azzurra D’Aurelio, che è perno e fulcro di questa iniziativa, la scintilla che ha dato inizio a questo circolo virtuoso.
Insieme a lei Domenico Gruosso ha fermato con le parole gli stati d’animo e le sensazioni suscitate dalle immagini di Sbrojavacca: scene di vita quotidiana capaci di narrare tutta una storia in quell’unico istante congelato dal click, e soprattutto piccoli particolari che l’occhio attento del fotografo ha saputo rendere simboli e protagonisti di un’emozione.
Le parole di Azzurra e Domenico, a loro volta, prendono vita nelle voce e nei gesti di Arnaldo Guido e Federica Nico che più che narrare dipingono con tratti lievi o con grosse e possenti pennellate affreschi di vita interiore, sentimenti e stati d’animo.
E in una sinestesia totale arrivano la musica di Marco Di Marzio e il canto di Candida D’Aurelio, Vincenzo Di Nicolantonio e Patrick Murray a colorare di note e a guidarci per mano in questo cammino multisensoriale.
Una sfida perfetta per Marco Di Marzio: riuscire a commentare colori e parole. Lo ha fatto viaggiando tra la canzone d’autore italiana e standard come My funny Valentine; tra Sting, Pat Metheny e il fado portoghese passando, ovviamente, attraverso i suoi amati Beatles. Ha amalgamato e fuso in un discorso coerente parole, poesia, pensieri e immagini con arrangiamenti intimistici e dolcemente visionari, come solo lui sa fare, con quel tocco di genialità che gli ha permesso di salire sul palco a suonare da solo e tenere testa alla voce di ben tre cantanti di cui una è quella intensa, ammaliante, intrigante e affascinante di Candida D’Aurelio.
È difficile raccontare la musica, soprattutto quella così personale di Marco Di Marzio ma mi affido a queste bellissime parole di Azzurra e Domenico: “Ho due amori, due tipi di blu: uno è mare che sembra nero e profondo d’inverno l’altro è azzurro e scoppia di colore e fa le scintille… uno soffia il sassofono e sussurra qualcosa. L’altro urla e improvvisa le note e batte le dita, sembra rompere le corde quasi ammazza l’aria di musica e interruzioni, e ti lascia senza forze”
In questo percorso circolare fatto di vibrazioni di note, di luce, di sentimenti, l’azzurro diventa un concetto, un’idea in tutte le sue sfumature. C’è il blu infinito dei cieli africani di Rodolfo Sbrojavacca e quello “dipinto di blu” della canzone di Modugno nel sorprendente arrangiamento di Marco Di Marzio dove il ritmo cambia come il battito di un cuore, dapprima lentissimo e sereno, poi tumultuoso e palpitante di fronte all’emozione.
Ma di un azzurro intenso può essere anche il sudario di solitudine di chi aspetta chiuso nelle stanze silenziose che Azzurra e Domenico hanno immaginato dietro quella finestra chiusa della foto di Rodolfo. Sono stanze che diventano prigione dove non entra più la luce, se non ci fosse la ferma convinzione che l’attesa finirà con un ritorno. Ed allora quel colore diventa determinazione e certezza, la speranza è tutta nelle note di un “Over the raimbow” appena accennato sulle corde della chitarra da Di Marzio.
Sulla scia di una musica che parla di sentimenti si inserisce perfettamente il fado, cavallo di battaglia di Candida. Ce ne ha regalati ben due, uno alla maniera di Coimbra, Barco Nigro, l’altro alla maniera di Lisboa, Cancao do mar. Se riesci ad entrare nell’ottica di questa performance ti accorgi che anche l’amore non è affatto rosso ma può essere frizzante ed inebriante come un blu elettrico o profondamente ombroso e passionale. Interpretazione al top per la cantante e grande inventiva per la musica di Marco che è riuscito a ricreare una intera band con chitarra basso e percussioni
Parlando di fado è immediato il richiamo ad un’altra musica che nasce per dar voce al sentimento popolare. In una contaminazione tra suono colore e poesia è al blues che pensi quando l’azzurro diventa il blu scurissimo venato di nero degli abissi di una cupa e lucida disperazione: “hanno provato ad uccidere tutto quel blu e a farne buio da vendere o umiliarlo a mare nero” salvo poi riscattarsi, proprio come nel blues, con un pizzico di amara ironia: “è rimasta una traccia di tutto quel blu: la vera malattia, che è la vita. Poi si guarisce. Tutti.”
Per Imagine, il brano che ha fatto da sfondo a queste parole finali, Marco ha chiamato sul palco tutti e tre i cantanti: il testo di John Lennon come messaggio di speranza, di amicizia e di armonia, quella che ha legato tutti i protagonisti di una così coinvolgente performance artistica.
Poi c’è stato ancora solo il tempo per un melodico bis per chiudere questo singolare pomeriggio che ha visto ancora una volta il Ponte Vecchio al centro dell’arte, in quella accoglienza calda, rilassata e amichevole che contraddistingue gli eventi a marchio Kabala jazz club.
Cinque mesi di lunghi, calorosi applausi…ma è solo un arrivederci
di Rossella Quitadamo
Sembra trascorso poco tempo tra l’applauso che ha salutato l’apertura della stagione 2012 e quello che ieri abbiamo tributato ai grandi artisti che hanno chiuso con i fiocchi una stagione prestigiosa, segno che l’entusiasmo e la passione non sono mancati mai in nessun appuntamento.
Abbiamo festeggiato a ritmo di jazz le feste di Natale con la band di Maurizio Rolli e quelle di Pasqua con il pianoforte di Filippini, ci siamo deliziati con l’istrionica simpatia di Gigi Cifarelli, siamo passati dal caldo groove dell’ottetto di Pacelli alle riuscitissime sperimentazioni dell’xy quartet, passando per le geniali improvvisazioni del duo D’Amato-Pancella. La voce di Cristina Cameli ci ha fatto sognare l’estate in una Pescara ricoperta di neve e quella di Elisabetta Antonini, sulle note dell’arpa di Marcella Carboni, ci ha accompagnato sulle riva di tutti i mari; un’altra splendida voce femminile, quella di Candida D’Aurelio, ha omaggiato i Beatles nella intima rilettura di Marco Di Marzio. Affascinante rivisitazione in chiave jazz di brani evergreen anche per la band di Nicola Trivarelli insieme alla tromba di Samuele Garofoli. E poi ancora Remo Firmani con il Qui Jazz trio che ci ha regalato un sabato speciale, ed una allegra Jam Session over ’40 che ha chiamato a raccolta sul palco del Ponte Vecchio i più grandi musicisti abruzzesi arrivati da ogni angolo del mondo per celebrare in note il loro successo.
E se queste serate sono state un trionfo grazie alla fama degli artisti che si sono esibiti, riuscitissimi sono stati anche gli appuntamenti del Kabala Accademy, dove la mancanza di notorietà dei giovani musicisti è stata sostituita da una grinta, una freschezza ed un entusiasmo che avevano ben poco da invidiare ai loro colleghi più famosi.
Paragoni tra le serate? Impossibili. Ogni serata è stata un evento esclusivo e irripetibile, ognuno di quelli che sono saliti sul palco ha firmato di suo pugno un capitolo di questa avvincente avventura che è la musica targata Kabala.
Nata solo nel 2011, proprio mentre veniva abbattuta l’antica palazzina che ospitava il vecchio Kabala club, grazie soprattutto all’entusiasmo e alla lungimiranza di Giancalo, Remo e Nadia, l’associazione Nuovo Kabala, quasi come l’araba fenice, è tornata a dar voce alla musica di qualità, a creare sinergie e impegno attorno ad un progetto che vede la musica come punto di incontro tra chi la vuole fare in un certo modo e chi la vuole ascoltare in un contesto caldo e accogliente pur se in religioso silenzio.
Un ringraziamento speciale innanzitutto agli sponsor (Farnese vini e Banca dell’Adriatico) e a quanti hanno creduto in questo progetto: Raffaella prima e Lanfranco poi che hanno accolto il Kabala nel loro spazio, aprendo le porte del Ponte Vecchio all’arte; ad Antonio che è riuscito a svolgere il suo lavoro scivolando con discrezione tra i tavoli anche in situazioni estreme; a Paolo, la voce che ha efficacemente promosso tra i media le iniziative del Kabala e ha concesso questo spazio al mio entusiasmo di ascoltatrice; al team A2 pictures che ha reso puntuale testimonianza di ogni evento con foto e video, e a tutti coloro che hanno messo a disposizione la propria professionalità, il proprio tempo libero e la propria passione.
Un grazie di cuore a quanti, artisti affermati e stelle nascenti, sono saliti sul bianco palco del Ponte Vecchio e, ovviamente, al pubblico che ha nutrito la musica con il calore dei suo applausi, benzina del successo: senza la sua presenza, tutto sarebbe stato come un urlo lanciato nel deserto.
Quanta gente dietro quella quinta che ha fatto da fondale ai giovedì pescaresi! Una per ogni stella disegnata su di esso, tanti colori quanti sono i diversi volti del jazz che si è suonato negli splendidi giovedì notte del Kabala.
E se a far da sfondo a queste notti sono state solo stelle dipinte su di un tabellone, guardate bene: scoprirete che brillano di tutte le note che hanno riverberato e luccicano di tutti gli applausi che ne sono scaturiti
La stagione vera e propria si è conclusa con il concerto di ieri sera, ma altre grandi sorprese ha in serbo per noi il Kabala jazz club in questo 2012 in cui ricorre il 40° anniversario di Pescara Jazz, a cominciare già dalla chicca di questo pomeriggio: la performance artistica “Azzurra” con Marco Di Marzio e Candida D’Aurelio.
L’avventura continua perciò: stay tuned!
UNA NOTTE DA RICORDARE
di Rossella Quitadamo
Che facevano tre statunitensi ed un tedesco di origine macedone, sabato sera a Pescara dopo essere stati a Colonia, Londra e Vienna? Ovvio, dell’ottimo jazz. Che ci facevano un vibrafonista scelto come ambasciatore culturale U.S.A per il jazz, il batterista dei mitici Return To Forever, un sassofonista che ha suonato con Mike Stern e George Benson ma anche con Jennifer Lopez, ed uno dei più rinomati bassisti jazz d’Europa? Ovvio, hanno chiuso alla grande la stagione 2012 del Kabala Jazz Club.
Lenny White, Mark Sherman, Bob Franceschini e Martin Gjakonovski hanno suonato con il gotha del jazz su questa e sull’altra sponda dell’Atlantico, sono essi stessi leggende viventi del jazz moderno; oltre a premi e riconoscimenti prestigiosi, nel corso della loro brillante carriera, hanno ricevuto commenti di ben altro spessore e dunque non hanno certo bisogno dei miei elogi. Ma vi voglio comunque raccontare di una lunghissima serata che li ha visti protagonisti, in due sessioni, di un incontro musicale di altissima qualità e di grande coinvolgimento. Se dovessi definire con un solo termine il concerto di ieri sera potrei usare un solo concetto: energia
Quattro giganti in totale simbiosi, Mike e Bob sono amici dai tempi del liceo, Lenny è il batterista che uno Sherman appena quattordicenne ammirava da quando suonava con Chick Corea; anche Martin Gjakonovski che è il più giovane del gruppo “si è integrato perfettamente sia sul palco che fuori dal palco” è Mike a dirlo, ma si vede: ha un senso della musica che farebbe invidia ai più grandi jazzisti classici: dovevate sentirlo duettare con Lenny, il loro swing è irresistibile!
Un quartetto stellare che ha proposto brani originali dei tre musicisti americani e classici come “Celia” di Bud Powell, “Quasimodo” di Charlie Parker e “Hot house” di Tedd Dameron perché, come afferma lo stesso Sherman “a questo punto della mia carriera sento davvero questo tremendo bisogno di rendere omaggio ai maestri del jazz che hanno creato le basi bebop per la musica che suoniamo.”
Dire che sono stati davvero grandi è un’ovvietà da cui non mi posso esimere; hanno suonato con una energia incredibile e una estrosità geniale, rimanendo sempre nei limiti della leggibilità e godibilità senza virtuosismi fini a sé stessi, da musicisti esperti quali sono ma ancora entusiasti del loro lavoro. Tanti riferimenti bop, fusion e funky in uno stile fortemente personale che ha alternato brani dal ritmo velocissimo come “L’s bop” di White ad altri, come “Solitude” di Sherman, più pacati ed intimistici dove la vitalità e l’energia più che in velocità si è dispiegata in vigore e potenza espressiva.
Quattro grandi personalità che non si sono mai sovrapposte, che hanno duellato e si sono confrontate accrescendosi l’un l’altra: se era il sax di Bob a narrare una storia musicale, sottolineata ed incoraggiata dall’incalzare del contrabbasso, il vibrafono si limitava a puntualizzarne i momenti salienti con una o due note al punto giusto; quando era Mark, il mago, a tirar fuori meraviglie dal vibrafono con le sue 4 bacchette magiche, il sax taceva trattenuto dalle mani di un Franceschini letteralmente inginocchiato al centro del palco, ad occhi chiusi, quasi in un omaggio al fluire della Musica.
Chi non ha mai taciuto è stata la batteria, e chi poteva mai fermare quel treno in corsa chiamato Lenny White? Ad ascoltarlo senza vederlo giureresti che siano due o anche più batteristi a suonare contemporaneamente ed invece lui quasi non si scompone: braccia e gambe sembrano immobili mentre piatti e tamburi vibrano a frequenze impossibili.
L’ultimo brano della sessione serale il bellissimo “Wolfbane” di White è stata l’apoteosi di una serata grandiosa: suonato in una versione molto energica da vibrafono e sax, è stata un po’ il manifesto del gruppo, con la linea melodica dal sapore orientale ben tratteggiata dall’assolo del contrabbasso su di un ritmo che avrebbe convertito al jazz anche il più convinto fautore di musica house.
E’ stata quasi una crudeltà finire il concerto dopo aver infiammato la platea con un brano così! Per fortuna i quattro, acclamati a gran voce, ci hanno donato ancora un ultimo splendido bis prima di concedersi, dopo un lungo e caloroso applauso, agli abbracci e all’entusiasmo del pubblico.
Poi, come tutte le storie più belle, anche questa ultima splendida serata è giunta alla fine, un lietissimo fine: la ciliegina su quella gustosa torta che è stata la stagione 2012 del Nuovo Kabala Jazz Club.
CONVOCAZIONE ASSEMBLEA DEI SOCI
Per il giorno lunedì 30 aprile 2012, alle ore 18,00 (prima conv.) e alle ore 18,30 (seconda conv.), presso la sede legale dell’Associazione in via Chiappinello 31/c s.n.c. a Montesilvano (Pe), è convocata l’Assemblea ordinaria dei soci della nostra associazione per discutere e deliberare sul seguente ordine del giorno:
Approvazione verbale seduta precedente;
- Approvazione del bilancio
- Varie ed eventuali
Sabato 21 aprile i grandi nomi del jazz mondiale sono di casa al Kabala. Lenny White, Mark Sherman, Bob Franceschini e Martin Giakonowsky impegnati in un imperdibile doppio live
Sabato 21 aprile sarà una giornata da ricordare per l’Associazione Kabala, un concerto evento per chiudere una grande stagione. Il jazz club di Pescara, impegnato ormai da un anno e mezzo nella promozione della musica di qualità, ha chiamato sul proprio palco i grandi nomi del jazz mondiale.
Lenny White, Mark Sherman, Bob Franceschini e Martin Gjakonowsky, si esibiranno in un doppio set, prima una esibizione alla ore 18:30 ed a seguire, alle ore 21:00, una cena concerto (c/o PonteVecchio Info e prenotazioni: 085-4511302, 329-4113639, si consiglia di chiamare in anticipo vista la limitata disponibilità 150 posti, di cui 30 in piedi per il primo live, 80 posti per la cena concerto).
“Un giro vorticoso di telefonate ed alla fine è arrivato il classico si può fare – così il Presidente dell’Associazione Kabala Giancarlo Alfani – è un regalo che ci siamo voluti fare ed abbiamo voluto fare a tutti gli appassionati, un concerto evento che vuole testimoniare e rafforzare l’obiettivo che ci siamo dati un anno e mezzo fa, allora addirittura esistevamo solo sui social network. L’obiettivo è quello di fare sinergia con altre realtà del territorio, diffondere la musica di qualità, dare vita, non necessariamente in grandi rassegne, a concerti di spessore. Il tutto grazie all’impegno degli associati e di sponsor privati. L’evento di sabato è gratificante in questo senso. Riuscire a portare artisti che sono protagonisti nei grandi festival mondiali – qualche appassionato magari ricorderà Lenny White lo scorso anno, sul palco del Pescara Jazz, con addosso la maglia dell’Inter, fare cose straordinarie – all’interno delle mura di un jazz club ci ripaga degli sforzi fatti fino ad oggi”.
Gli artisti non avrebbero nemmeno bisogno di presentazione. Lenny White è considerato il padre della batteria nelle sue declinazioni jazz, rock e fusion, componente storico a metà degli anni 70′ della mitica band Return to Forever di Chick Corea. Se si parla di vibrafono, invece, l’associazione con Mark Sherman è immediata. Una intensa e straordinaria attività concertistica tra Statii Uniti, Canada, Corea, Russia, Cina ed Australia. Il sassofonista Bob Franceschini suona da sempre coi grandi nomi del jazz mondiale ed è compagno fisso, sul palco, del chitarrista Mike Stern.
Tre americani ed un tedesco di Colonia, questo il mix del quartetto che vede la presenza di Martin Gjakonovsky uno dei bassisti maggiormente apprezzati in Europa.
Il “Kabala Academy” si congeda grazie alla splendida musica dell’European Musician Institute di Giuseppe Continenza
Immagini, musica e racconto: parte da Pescara la storia in blu di “Azzurra”
Parte da Pescara “Azzurra”, un evento itinerante che farà tappa nei prossimi mesi anche ad Udine e Barcellona.
Immagini, racconti e musica con il colore blu come denominatore comune.
L’appuntamento è fissato per domenica 22 aprile, alle ore 18.30, presso il Ristorante PonteVecchio in via Nazario Sauro.
Gli ideatori sono Azzurra D’Aurelio, Domenico Grosso e Rodolfo Sbrojavacca.
Un medico internista, un cardiologo ed un primario di medicina d’urgenza; si conoscono per lavoro e scoprono in comune una grande passione: quella di esprimersi attraverso l’arte ed è proprio da questa passione declinata in varie forme che nasce “Azzurra”, fotografie raccontante, immagini in musica.
Protagonista il blu nelle sue diverse espressioni cromatiche, con tema centrale il mare Mediterraneo, come punto di unione di storie e culture diverse.
Ogni fotografia rappresenta poi il pretesto per scrivere un racconto, e ciascun racconto si fa accompagnare da un percorso musicale ideato dai tre autori e musicato da Marco di Marzio e Libera Candida D’Aurelio.
L’Associazione Kabala, fin dalla sua nascita, laboratorio e contenitore di idee in ambito artistico, è partner dell’evento.
Il costo è di 10 euro (concerto, reading, aperitivo cenato e mostra).
9 euro per i nostri tesserati.
Sabato 21 Aprile il Gran Finale!
LA SERATA SI SVOLGERA’, COME DI CONSUETO, PRESSO PONTEVECCHIO, IN VIA NAZARIO SAURO A PESCARA E SARA’ ARTICOLATA I DUE SET. QUESTI I DETTAGLI
Ore 18:30 primo set
Ingresso : € 10 per i tesserati (€ 15 non tesserati). Posti non numerati
Disponibilità : 120 seduti (30 in piedi)
Non sono ammesse drink card.
Possibilità di tesserarsi in loco.
Disponibilità : 80 coperti
XY Quartet: quando la musica diventa epsressiva, intrigante, semplicemente bella
XY Quartet un nome che racchiude la filosofia di questo sodalizio artistico tra Nicola Fazzini, Alessandro Fedrigo Luigi Vitale e Luca Colussi.
Xy come codice genetico, sono chiamati così i due cromosomi che determinano il sesso in gran parte degli animali, uomo compreso. E dunque antitesi, opposizione e contrapposizione: tra maschile e femminile, memoria e innovazione, invenzione e tradizione, dolcezza e vigore, sconcerto e delizia.
E stiamo parlando di musica che è antitesi di per sé perché è rigorosa come la matematica nella sua creazione, eppure così irrazionale e istintiva nella fruizione. C’è un sottile limite tra ciò che viene considerato suono e ciò che viene considerato rumore e questo limite varia a seconda delle latitudini e dei tempi, dei gusti e della pratica, in una evoluzione continua grazie a quanti hanno osato e continuano a sperimentare, inventare e scoprire nuove rotte.
XY, inoltre, fanno pensare al piano cartesiano: x e y, longitudo e latitudo della creatività, ampiezza e durata di un suono, sperimentazione e rigore. Il grafico su cui si sviluppa la ricerca di nuovi percorsi, per spostare più in là e ridisegnare i confini sulla mappa della musica.
Sempre per rimanere in tema matematico, x e y sono anche le incognite: fin dove è possibile spingersi rimanendo nell’ambito della piacevolezza musicale e non travalicare nel frastuono e nel rumore? fin quando si rimane nella logica e nella coerenza senza oltrepassare i confini del caos e dell’irrazionale?
A tutte queste domande, che magari hanno creato sconcerto in chi legge, ieri sera ha risposto l’XY Quartet con la sua musica che dall’antitesi è riuscita a diventare sintesi, dall’analisi è approdata a risultati godibilissimi e sorprendenti.
Quanto c’è di ricerca sulla musica colta del novecento nella parte più innovativa di essa -dodecafonia, ritmi non retrogradabili, modi a trasposizione limitata ed altre ardimentose e sofisticate tecniche compositive- si risolve e si dissolve in brani di una energia e di una freschezza inaspettate.
E’ musica che parte da uno studio e restituisce un’emozione; composizioni coerenti dall’inizio alla fine che, se ascoltate da cd o in streaming sulla rete, non riesci ad interrompere, come un romanzo dalla trama avvincente, di quelli che leggi d’un fiato e ti lasciano con il fiato sospeso fino all’ultima parola, ovvero fino alla nota di chiusura del pezzo.
I musicisti accennano un concetto, evocano una sensazione, buttano lì un’idea, a volte la sviluppano subito altre volte ne rimandano lo sviluppo dopo aver introdotto un altro concetto, un altro colore, in una sinestesia sensoriale che ti fa vedere e annusare e toccare la musica
E se ieri sera il sax di Nicola Fazzini ha dato un sapore squisitamente jazzistico ai pezzi, il basso acustico di Fedrigo ha riempito le composizioni di caldi bruni e blu misteriosi mentre il vibrafono, suonato con magistrale bravura da Luigi Vitale, evocava le atmosfere rarefatte di melodie stranianti se suonato con l’archetto o donava momenti ingenui e giocosi come la risata argentina di un bambino. La batteria di Luca Colussi ha guidato il quartetto incalzandolo impaziente con ritmi sempre più veloci o trattenendo tutta l’energia per poi sfociare nuovamente in crescendo degni di sottolineare le scene un film di Hitchcock tanto erano gravidi di aspettativa e di suspence.
E’ musica questa che si può raccontare, come la versione suonata ieri sera di Concept, scritto da Fazzini, ispirato e dedicato a Olivier Messiaen. Il brano, dopo l’introduzione, si è condensato in un mirabile duetto tra il basso e una batteria i cui ritmi hanno assunto un carattere quasi tribale; quando ha ripreso voce anche il sax l’atmosfera è diventata funk e urbana prima di ripartire in un nuovo grandissimo affresco che ha visto protagonista questa volta il vibrafono. Ma intanto la batteria spronava ed incitava impaziente, il ritmo aumentava: sax e vibrafono suonavano una miriade di note trattenute solo dal basso che ha impedito loro di decollare verso spazi siderali. Il sax ha riportato un attimo di lucida calma e poi di nuovo il ritmo si è spinto ad altissimi livelli infiammando anche il sassofono, la musica è al massimo: potenza ed energia prima di ritornare in chiusura ai fraseggi iniziali del pezzo con il sax che domandava ossessivo senza ottenere risposta.
I brani suonati ieri sera sono contenuti in un CD appena edito da Nusica.org, l’etichetta discografica creata da Alessandro Fedrigo, un modo nuovo di concepire la musica anche nella produzione e commercializzazione.
Nusica.org è un progetto che ha come fine quello di veicolare promuovere e diffondere la ricerca in ambito musicale tramite seminari, concerti e produzione di cd, ma anche mettendo a libera disposizione sul web i brani e le partiture, fornendo perciò anche gli strumenti per la comprensione del lavoro degli artisti. Tutto ciò con un occhio attento pure all’ambiente: i cd sono a tiratura limitata e confezionati con carta riciclata, il veicolo di diffusione principale è la rete.
Cosa volere di più? Benvenuta musica di nusica.org, libera, ecologica, concettuale, digitale…ma soprattutto espressiva, intrigante, emozionante e semplicemente bella!
La Fabbrica della cultura. Venerdì 13 aprile convegno di presentazione per la “Città della Musica” di Pescara
La nostra Associazione segnala questa settimana un convegno davvero interessante. Venerdì 13 aprile a partire dalle ore 18, presso l’Auditorium Petruzzi in via delle Caserme a Pescara vi sarà la presentazione alla cittadinanza di un progetto ambizioso che punta a realizzare uan vera e propria “Fabbrica della Cultura”.
“Anteprima Città della Musica a Pescara” è il titolo di queto primo incontro per la presentazione del progetto alla Città.
Fa tappa al Kabala il tour nazionale dell’XY Quartet
L’appuntamento del giovedì presso il jazz club Kabala ospita questa settimana, il 12 aprile (inizio cena-concerto ore 20, presso Pontevecchio, via Nazario Sauro a Pescara, info e prenotazioni 085-4511302; 329-4113639), il progetto musicale del sassofonista Nicola Fazzini e del bassista Alessandro Fedrigo.
Sperimentazione ed improvvisazione, racchiusi nell’ultimo cd prodotto con l’XY Quartet, “Idea F”, che verrà presentato in anteprima per l’Abruzzo, proprio presso il Kabala.
“Abbiamo voluto cimentarci con tecniche compositive della musica contemporanea – dice Nicola Fazzini – e trasportarle nel jazz. All’apparenza potrebbe apparire un progetto serioso, ma vi assicuro, c’è una grande energia ed un grande impatto ritmico. Il risultato che ne deriva è molto coinvolgente”.
Un tour nazionale appena partito ed il 12 aprile la prima tappa abruzzese “Il progetto è nato soltanto 4 mesi fa, da allora grazie all’etichetta indipendente veneta musica.org è diventato un album, Idea F, che stiamo portando in giro per i club, la settimana scorsa siamo stati a Torino, questa settimana saremo a Pisa ed a Roma. Siamo sicuri che anche al Kabala la riposta sarà positiva come negli altri locali. Ringraziamo il presidente Giancarlo Alfani che si è mostrato entusiasta per questa nostra proposta musicale”.
Sul palco del Kabala, dunque, saliranno Nicola Fazzini al sax contralto e soprano, Luigi Vitale al vibrafono, Alessandro Fedrigo al basso e Luigi Clussi alla batteria.
Fazzini sassofonista milanese di origine, ma giramondo per professione, insieme ad Alessandro Fedrigo (nel 2011 nella top ten dei migliori bassisti italiani per la rivista Jazzit), ha elaborato un progetto musicale teso all’individuazione di nuove formule compositive ed improvvisative. Al loro fianco due tra i musicisti più interessanti del panorama jazzistico italiano: il vibrafonista Luigi Vitale e il batterista Luca Colussi.
X e Y sono i due codici che simboleggiano le antitesi da cui nasce il suono di questo gruppo: musica colta e jazz, composizione e improvvisazione, nota e rumore, tradizione e innovazione, suono e silenzio. Le tecniche della musica colta del novecento vengono modificate ad uso di forme e strutture del jazz. Attraverso poliritmie, modulazioni e improvvisazioni il quartetto produce una musica scritta e improvvisata dotata di profonda coerenza, omogeneità e originalità.
La genialità di Claudio Filippini conquista il Kabala
di Rossella Quitadamo
Una nessuna centomila, tante sono le facce del jazz quante sono le persone che lo suonano. Ci sono gli interpreti che riescono a farti rivivere le atmosfere fumose dei jazz club americani, ci sono gli improvvisatori che sanno mettere in piedi dal nulla un concerto che ti strappa gli applausi dalle mani e poi ci sono i geni grazie ai quali il jazz si trasfigura per diventare semplicemente Musica. Quella che ti fa rabbrividire, che colpisce al cuore come una stilettata e che rifugge da ogni sorta di etichettatura di genere e di epoca perché le racchiude tutte ma, ad un tempo, è diversa da qualsiasi cosa l’abbia preceduta.
Claudio Filippini alchimista di emozioni, di sicuro appartiene all’ultima categoria. Ma come tutti i geni, ieri sera al Kabala è stato uno nessuno e centomila, lasciando spazio ai suoi compagni e inchinandosi al talento di autori jazz classici di cui ha dato interpretazioni che ne hanno colto l’essenza e lo spirito.
Filippini ci ha promesso un giardino incantato, come il titolo del suo ultimo album che sta riscuotendo un enorme successo e come la splendida poesia che ha preceduto il concerto, firmata Isabella Di Berardino, di cui erano esposti anche due squisiti esempi della sua arte pittorica.
E’ stato veramente di parola Claudio, perché i brani suonati insieme ai suoi compagni di avventura, Luca Bulgarelli e Fabrizio Sferra, sono stati fiori di rara bellezza dal profumo inebriante e dai colori ora tenui e delicati come in “Nothing to do” (Henry Mancini) in cui il contrabbasso si è espresso in tutto il suo lirismo, ora sgargianti come in “Evidence” (Thelonius Monk) suonata con una vivacità al limite del parossismo.
Brani perfetti nella loro godibilità paragonabili solo alla semplice eppure stupefacente perfezione della Natura. E’ proprio del genio, infatti, rendere facili all’ascolto e capaci di suscitare immediate sensazioni, composizioni solo apparentemente semplici, frutto in realtà di un grandissimo bagaglio culturale che spazia da Scarlatti a Ravel e Debussy passando attraverso tutta la storia del jazz per arrivare fino al rock inglese. Un’eredità culturale che Filippini ha metabolizzato e fatto sua, che non rinnega ma non imita perché lui fa musica solo quando ha qualcosa da dire e suona solo ciò che ha dentro, in piena libertà e con una padronanza di espressione che gli deriva da un lavoro costante per migliorarsi. E’ stato paragonato ad un musicista professionalmente maturo ma la sua maturità tecnica è solo lo strumento che gli permette di esprimere pienamente tutta la freschezza dei suoi 30 anni.
Altro tratto saliente che ha caratterizzato Il concerto di ieri, con un Ponte Vecchio gremitissimo come ormai accade in ogni grande evento di questa felice stagione del Kabala, è stata l’energia, il vigore con cui sono stati interpretati i brani. Merito anche di un inarrestabile Fabrizio Sferra alla batteria e di un ispiratissimo Luca Bulgarelli al contrabbasso; era un piacere guardare le loro mani volare su corde tamburi e tasti mentre, ad occhi chiusi, cantavano sommessamente la musica che andavano via via inventando.
Un perfetto interplay tra i tre musicisti che si sono resi protagonisti a turno della scena con virtuosismi di quelli che ti lasciano a bocca aperta ma inseriti sempre in un discorso estremamente coerente e di massima leggibilità. Contrabbasso e pianoforte con i loro incredibili arpeggi si alternavano e si compenetravano senza soluzione di continuità; la batteria pompava e spingeva su ritmi dapprima sincopati poi sempre più veloci che si esaltavano in un crescendo incalzante come nel “Fiore purpureo” (Claudio Filippini), o si stemperavano in momenti di dolcissimo romanticismo come nella chiusura di “Ivre a Paris” (Claudio Filippini)
A brillare come una gemma, al centro della serata e nell’aiuola più preziosa del giardino di Filippini, “Flying horses” a mio parere la composizione più rappresentativa del genio inventivo di questo giovane artista. Un brano dove gli arpeggi che si susseguono incessanti sulla tastiera si tramutano in un brivido continuo. C’è la veemenza di Beethoven, la passione di Chopin e tutta l’eredità della musica rock e funky: tanto classicismo ma anche una sorprendente modernità. Un galoppo di cavalli che diventa tumulto del cuore, un pezzo definitivo. Nella musica di Filippini ci sono passaggi che rievocano archetipi insiti nella nostra natura ed arrivano diretti fino alla parte più istintuale dell’ascoltatore, al di là della mediazione dell’intelletto
“Si può essere originali anche con le cose più semplici del mondo, purché ci sia sincerità, gusto e consapevolezza, senza starsi a inventare chissà cosa.” Sono parole dello stesso Filippini in una intervista di Roberto Paviglianiti su All about jazz
Chapeau, Claudio! La tua semplicità è geniale, la tua originalità è convincente, dal tuo “non inventarti chissà cosa” scaturiscono capolavori che rimarranno nella storia.
Il pianista Claudio Filippini porta il suo “giardino incantato” al Kabala
Venerdì, questa volta l’appuntamento del Kabala propone subito una novità, il concerto del jazz club pescarese, ormai punto di ritrovo per gli amanti della musica di qualità, si sposta, solo per questa settimana, al venerdì.
Il motivo è più che valido, il 6 aprile (inizio cena-concerto ore 20 c/o Pontevecchio via Nazario Sauro, info e prenotazioni cena 085-4511302; 329-4113639) a salire sul palco uno dei più talentuosi pianisti del panorama jazz italiano e non solo: Claudio Filippini.
L’artista, attualmente impegnato in un tour lungo la penisola con Mario Biondi, ha tenuto comunque ad assicurare la sua presenza.
“Questa settimana girerò il nord Italia – dice Claudio Filippini – ma la chiamata del Kabala non si può rifiutare, ho fatto di tutto per esserci, del resto per me, che ormai vivo e lavoro a Roma da 10 anni, questo nome suscita emozioni e ricordi. Proprio al vecchio Kabala, avevo appena 15 anni, ho iniziato a muovere i primi passi”.
Un giovane artista, classe 1982, che è già tra i nomi del jazz che contano. “L’Abruzzo è pieno di talenti, in giro con me per l’Italia insieme a Mario Biondi c’è Lorenzo Tucci, abbiamo una lista davvero lunga di professionisti veri, citarli tutti sarebbe impossibile. C’è una grande vivacità musicale ed è importante fare sinergia, soprattutto per i più giovani. Quello che fa il Kabala è importante, puoi studiare quanto vuoi ma alla fine devi salire su un palco, confrontarti con altri artisti, con il pubblico”.
Venerdì che tipo di concerto sarà? “Ripeto, sarà come tornare a casa, abbiamo presentato il mio nuovo cd The Enchanted Garden già a Bologna e Roma, ma venerdì sera le emozioni saranno speciali. Si tratta di un lavoro molto meditato, c’è tantissimo materiale dietro le tracce di questo album ed il pubblico non rimarrà deluso, ne sono certo”.
Il successo del lavoro discografico, del resto, è stato già decretato dalla critica e soprattutto dal pubblico, visto che è iniziata da poco la ristampa.
A salire sul palco insieme a Claudio Filippini, Luca Bulgarelli al basso e Fabrizio Sferra alla batteria. “Sono musicisti splendidi – continua Claudio Filippini – con loro collaboro da tantissimo tempo, nel disco alla batteria c’è Marcello Di Leonardo che per impegni pregressi non potrà esserci, ma anche Fabrizio è uno dei miei compagni di viaggio storici”.
L’ingresso al concerto è riservato ai soli tesserati Kabala (sarà possibile comunque tesserarsi in loco presso il ristorante Pontevecchio in via Nazario Sauro a Pescara). Info e prenotazioni cena 085-4511302; 329-4113639.
Accademia Lizard: la musica delle nuove generazioni per una musica di nuova generazione
Vivacità e dinamismo hanno caratterizzato uno degli ultimi giovedi della stagione 2012 con l’Accademy del Kabala. Ad avere l’onore e l’onere della serata sono stati i migliori allievi del corso superiore dell’Accademia Lizard di Pescara diretta dal chitarrista Gianni De Chellis. Nelle sue sedi sparse su tutto il territorio italiano, la Lizard si propone di creare un diploma di alto prestigio, alternativo a quello dei Conservatori di Stato, con un insegnamento mirato alle aspettative e alle potenzialità di ogni singolo allievo.
Il mondo musicale è cambiato radicalmente con la diffusione della tecnologia: se prima erano le case discografiche a scegliere e a decretare il successo di un artista, oggi chiunque può promuovere se stesso sul web e da lì muovere i primi passi verso la notorietà. Diffusione capillare, democraticità e facilità di accesso però hanno anche un risvolto negativo: la sovrabbondanza dell’offerta che rende difficile trovare tra la generale mediocrità chi ha veramente talento e personalità. In questo modo, per chi ha davvero qualcosa da dire, è certamente ancora più difficoltoso farsi ascoltare.
La mission della scuola Lizard è quella di formare musicisti in grado di trovare lavoro fin dal giorno del conseguimento del diploma; cito testualmente quanto affermano nel loro sito: “nessuna aspettativa dell’allievo deve rimanere delusa se i suoi stessi insegnanti, incoraggiandolo a diplomarsi, lo hanno spinto a coltivarla. La scuola, i docenti e i programmi devono fare di tutto affinché i diplomati Lizard siano sempre tra quei migliori che riescono a lavorare e a farsi apprezzare anche in un mondo musicale difficile”
In questo “fare di tutto” sicuramente quella di offrire un palcoscenico è una opportunità eccellente, uno strumento prezioso per la crescita e lo sviluppo del talento. La scossa che dà una esibizione dal vivo è impagabile, il calore di un applauso è un riscontro molto più diretto delle proprie capacità rispetto a contare il numero di ascolti o di visite sul web; il fatto di stare su di un palco da solo con la propria musica e sapere di non poter sbagliare mette addosso una carica che nemmeno 1000 “mi piace” possono regalare.
Dunque ieri sera abbiamo conosciuto i batteristi: Antonio Di Vello, Daniele Fabiano e Lorenzo Faiazza; i bassisti Giuseppe Ciullo e Matteo Teodoro; la chitarra acustica di Davina Marinozzi e quelle elettriche di Matteo D’Ambrosio, Dafne De Iuliis, Mattia De Luca, Federico Di Basilico, Stefano Di Nardo Di Maio, Margherita Di Peco e Francesco Rapacchiale; ed infine i cantanti: Mauro Aspite, Stefano Gaspare, Daria De Petris, Silvia Di Giacomo, Tania Di Giovanni, Manuela Genovasi e Giulia Travali. Tutti loro hanno incontrato noi, il pubblico, forse più benevolo di un esaminatore ma al tempo stesso più esigente, perché chiede di essere coinvolto emozionato, divertito, stupito, in altre parole richiede la tua anima.
Il tramite ovviamente è stata dell’ottima musica scelta tra i migliori brani di musica pop di artisti italiani e stranieri. Le band che hanno messo a ferro e fuoco il Ponte Vecchio, con un ritmo ed un volume dal quale non ci si poteva che lasciare travolgere, si sono alternate ad assoli dei giovani cantati la cui voce ci ha fatto rabbrividire in tutta la sua potenza, accompagnata solo dalla tastiera o dalla chitarra dai loro maestri, Abramo Riti e Giulio Galli.
Per una volta vorrei elogiare proprio gli insegnanti, quelli della Lizard che ieri sera hanno incoraggiato e sostenuto i loro pupilli ma anche quelli che hanno presentato i loro allievi nelle altre serate Accademy: non dimentichiamo che sono prima di tutto dei professionisti della musica, grandi artisti che hanno anche il dono di saper trasmettere agli altri le loro capacità e soprattutto hanno la generosità di coltivare e sviluppare il talento altrui.
Per più di due ore presentati dalla voce di Lidia Conte, la loro insegnante di canto, si sono alternati sul palco giovani e giovanissimi artisti, che hanno dato il meglio di sé e non è poco perché di talento ne hanno davvero tanto, unito alla grinta e alla giusta determinazione. Se inizialmente la trepidazione e l’emozione erano palpabili, poi una volta immersi nella musica è stato solo entusiasmo, energia e vitalità quello che ci hanno trasmesso: sintomo che credono nelle proprie capacità perché qualcuno ha scommesso su di loro, i loro maestri.
Da ieri sera insieme ai docenti c’è qualcun altro che crede in loro, il pubblico del Kabala trascinato dalla ventata di freschezza di una notte esuberante colorata a tinte vivaci.







